Skip to content

January 31, 2011
by

la favola del musicista e della scrittrice comincia una sera di giugno, lui è blu come i suoi occhi, lui è i suoi occhi allungati, allargati, lui è i suoi occhi alti un metro e novanta a cui sono spuntate le braccia e le gambe, lei porta un cuore vestito soltanto di verde appuntato sul petto e non calza le scarpe, lei si presenta dicendo soltanto metà del suo nome e sente un’onda di acqua di mare spezzarglisi contro lo sterno, eppure sorride e distoglie lo sguardo.
lui dice che fa il musicista perché non ha sentimenti da dire a parole, aveva un cuore e l’ha perso, ha solo il rumore che fa la sua vita e un pugno di note, dietro alle costole solo la musica e il resto è silenzio, lei dice che scrive perché in ogni momento i suoi sentimenti son troppi o troppo arricciati, e le parole non bastano mica per tenerli in ordine, e parla al silenzio di amore, di sogni e di tutte le altre menzogne, e prende la mano del musicista e si lascia ballare, e attorno c’è tutta una stanza che è fatta di sguardi, ma attorno è al di fuori del corpo del musicista e del corpo della scrittrice, e dell’abbraccio che per una sera li tiene legati, e attorno non conta più niente, e tutto il dolore e i battiti che non sono andati a buon fine non hanno più un’eco nella sua testa, né nella sua testa, e lei con un bacio gli riga la superficie del cuore per macchiarla con la sua grafia poco ordinata, e lui le riga il cuore di baci e comincia ad appendere note a quel pentagramma, come orecchini o gocce di pioggia sui fili per il bucato. e lei non lo ama e lui non ha ancora amato nessuna, eppure decidono di assomigliarsi nell’unico modo possibile, senza né una chitarra che suoni o una voce che come un metronomo batta il tempo che scorre e che scivola sulla sua pelle e tra i suoi capelli, e giocano a ricordarsi chi sono anche quando i bambini in ascolto son tutti andati a dormire, girata la pagina del lieto fine, quando ormai la principessa sveste le trecce e non ci sono più draghi da soggiogare, quando la notte, la birra è finita, e restano i baci e due corpi coi cuori incastrati l’uno con l’altro e una sproporzione di amore e di sogni e di tutte le altre menzogne, e se ascolti bene riesci a sentire la musica, e se fai attenzione riesci a distinguerne le parole.

May 30, 2010
by

ho in mente una storia d’amore che, credo, entra tutta in una pagina di quaderno, non so se da sopra o da sotto o se invece s’infiltra dal retro e resta impigliata tra le righe azzurre. ho in mente una storia che inizia in inglese con lei che si lascia piangere fin dentro al sonno — dice proprio così: she cried herself into sleep, e a raccontarla in italiano vien fuori una storia diversa, s’è addormentata piangendo, col complemento di modo che dovrebbe essere di mezzo, che non dovrebbe essere affatto un complemento —, e finisce da qualche parte tra il sogno col ragno che lui non ha schiacciato, perché non l’hai schiacciato?, e il biglietto per l’aereo che partirà senza di lei.
ho in mente una storia d’amore che, credo, dura meno di una canzone, a raccontarla sta tutta dentro pochi minuti e un pentagramma, comincia piano e poi comincia a correre e a un certo punto inciampa e cade, e poi continua nel dialetto di mia madre e si comincia le ginocchia, se le scortica e non per l’ultima volta. ho in mente una storia che è una storia di inizi, che forse ha anche un finale ma temo d’averlo scordato su un treno, come il libro la macchina fotografica il cappello i guanti l’abbonamento mensile l’ombrello il motivo per cui lei non voleva innamorarsi di lui e invece, il motivo per cui lui voleva innamorarsi di lei, e invece.
ho in mente una storia e trecento parole a disposizione per tirarmela fuori dal corpo, ho in mente una storia che forse è una storia d’amore, una storia che parla di otto tovaglioli, due bici, tre mobili ikea, una lavatrice, zero albe sulla spiaggia, due balene almeno, un costume da bagno, due spazzolini da denti, un sacco di treni, un castello, qualche centinaio di baci — non sono poi così tanti — e un viaggio a stoccolma, una storia che ha dentro una storia di aimee bender e almeno un paio di libri di philip roth, tengo a mente che a guardarla da fuori probabilmente fa sorridere e a guardarla da dentro anche, prima o poi, presto, prima, per adesso ci sono due piedi e due mani e due cuori che arrancano fuori dal mese di marzo dal trenta di maggio, e a pensarci bene questa storia che ho in mente l’ha già raccontata a suo tempo un oroscopo, potrei dare la colpa alle stelle, alla carta stampata o alla fine degli anni, potrei dare la colpa alla fretta o all’urgenza o alla mancanza di luce solare.

potrei darti la colpa, credo, se fosse d’amore la storia che ho in mente.

April 21, 2010

*

Buongiorno,

dall’urbano, in via Tiburtina

si allunga

fin dove sei tu.

we drew our own constellations

April 5, 2010
by

Jack Johnson and Eddie Vedder, Constellations (live at Bonnaroo 2008)
(purtroppo non ho trovato un solo video dell’esibizione con l’audio decente)

In between dreams

April 2, 2010

Aspettavo che toccasse a me parlare, mi sentivo tremendamente a disagio. Lui non mi piaceva, era il tipo di persona che dice io io io e che ti versa in testa le domande come dei giudizi universali tascabili, e allora ho raccolto dal tavolo quella specie di punteruolo che assomiglia tantissimo a uno degli arnesi del dentista e l’ho tenuto stretto nel palmo della mano, tutto il tempo. per combattere l’ansia pensavo ad altro — le unghie poco curate di Hugh Grant sulla locandina del film di prossima uscita, chissà che vestito avrà mia sorella il giorno in cui si sposa, il ragazzo con le cuffie viola sopra al berretto grigio che gli assomiglia così tanto, porco giuda, così tanto — e intanto lui parlava come uno che è morto ed è tornato in vita e adesso sa tutto e noi non sappiamo niente, pezzenti, e allora io accarezzavo col pollice quella punta metallica e di colpo mi sono sentita come quando le benzodiazepine si mettono a correrti dentro, e ti zittiscono la testa e ti lasciano finalmente dormire tranquilla.

Sempre tranne adesso. Il sonno e la pace e i sogni di cioccolata, lui manda tutto a monte. La mia tranquillità affilata come un’arma, e il controllo che mi manca per tenere fermo con gli occhi il bersaglio. Ho le spalle coperte dalla sua arroganza, io, io, io: io. Ma tu cosa, vorrei chiedergli, tu cosa cazzo ne sai di me, delle cose di cui ho paura, delle mie ginocchia che tremano per l’impazienza di risponderti. Tu. Tu dovresti essere morto e mai più tornato. E la mano è un coltello con cinque lame e non sapresti distinguere la freddezza di un dito o di questo punteruolo che assomiglia tantissimo a uno degli arnesi di un chirurgo. E non sapresti distinguere il sapore del mio sangue da quello della tua lingua. Perché in fondo credo si somiglino e io dovrei colpirti e poi baciarti per sapere cosa pensi davvero di me. E dovrei aprirti la testa come una noce per sapere cosa pensi davvero di noi.

Ma tu cosa, avrei voluto chiedergli, tu come ti permetti di venire qui a vestire di rosso la voce e a cospargermi il capo con le tue insufficienze quaresimali. Quand’è che, esattamente, hai perso di vista la parte di mondo al di là della tua pelle? e chissà di che colore sarò vestita, il giorno in cui mia sorella si sposa, e chissà se un domani anch’io parlerò per prime persone singolari, io io io e ancora io, se a qualcuno basterà un punteruolo per tenermi all’interno del filo spinato o se riuscirò a capire cosa pensa di me senza aprirgli la scatola cranica come una melagrana matura che sporca le dita di succo dolciastro. Io volevo solo abbracciarlo, lui invece ha fatto un passo indietro e mi ha dato due baci sulle guance e mi ha detto qualcosa che non ho veramente ascoltato, ci vediamo o ci sentiamo o uno degli altri tre sensi comunque declinato a sproposito.

E poi la porta che ti chiudi dietro. Dietro la porta io ho i piedi nudi. E sento l’acqua che mi sale nel corpo e le mie ossa che affogano e i miei polmoni collassano. Trabocca dagli occhi quest’onda lucente mentre fisso lo stipite, e sento la tua voce che va via portandosi dietro questa notte e la tua ossessione singolare. Non hai spazio per me, sono un oggetto posato nella tua testa, sono un oggetto posato nella tua testa che non guardi mai. Mi sembra di sentire il tuo respiro scendere forte le scale. Invece sei qui, con le nocche dure e decise bussi al guscio che mi divide da te. Aprimi, ho dimenticato le chiavi. Aprimi s’inceppa nella testa, il mio corpo annega: è benzodiazepina liquida, mi ricordo cosa vuol dire mia madre e il mare e chiudi gli occhi, non succede niente, aprimi, aprimi, ho dimenticato che sei un oggetto posato nella testa, ho dimenticato di guardarti, le chiavi, mi apri? Ti apro, sì, ti voglio aprire. Le chiavi sul tavolo della cucina, metallo contro metallo, sapevamo già come sarebbe andata a finire questa storia. Sul tavolo della cucina il punteruolo è ghiacciato e pulito e appena vicino alle chiavi.
Ti apro.
Mi sembra di sentire il tuo respiro forte ruzzolare dalle scale. Invece sei qui.
Ti apro.
Una noce.
Sono una cosa ficcata nella tua testa che non si farà mai più dimenticare.

(annika & violenta fiducia)

January 17, 2010
by

Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

[Poesia illegittima, di Vivian Lamarque. Da Poesie 1972-2002, Mondadori, Milano, 2002]

e un grazie di cuore a laura, perché è stata lei a farmi conoscere questa poesia, ormai un anno fa, e perché oggi me l’ha, indirettamente, ricordata.
e per tanto altro ancora.

January 10, 2010

oggi è il giorno in cui metti te stessa stessa in valigia, e per l’ennesima volta ti strappi di dosso tutto quello che sai e che conosci, per portare i tuoi passi su strade che parlano un altro dialetto.
oggi è il giorno in cui incastro me stessa tra i suoni di una lingua che non mi entra in bocca, e per l’ennesima volta mi avvolgo addosso tutto quello che non so e non conosco, per solcare anche i miei passi tra quelli che sporcano la strada davanti.

in valigia ho messo i libri di filologia per i giorni di buonsenso, i fazzoletti per il primo raffreddore dell’anno, i tuoi freddissimi rospi sorridenti, le volte in cui ho fatto le cinque scrivendo, la nostalgia che dispiegherò in volo al momento giusto, e non sono sicura che insieme riusciremo a pesare meno di venti chili. vorrei farmi marmo e sentire la voce dell’addetta al check-in che mi dice: così non si può volare, provi almeno a disfarsi del cuore.

leggo sul libro che una parola sbagliata non ha mai ammazzato nessuno, che gli accenti diversi son solo colpi di tosse che l’antibiotico può soffocare, che se voglio so ridere in tutte le lingue del mondo e che è bene provare, provare, provare, vocalizzarsi le consonanti piuttosto che lasciar parlare gli occhi. non sono sicura che sia tutto vero, midispiacenoncapisco è l’unica cosa che so pronunciare come si deve e vorrei farmi vento e confondermi col cielo di qui, e sentire l’insegnante che dice, così non puoi andare, prova almeno a fare silenzio.

e invece il silenzio è un gioco che si fa nella stessa stanza, con gli occhi e i sorrisi vicini che quasi si toccano, che quasi si mischiano, che quasi si incastrano. e la nostra valigia ha preso un biglietto di sola andata per la nuova zelanda e un po’ speriamo che dentro i rospi muoiano soffocati dalle medicine. poi ti guardo la bocca, ti bacio la fronte e hai messo su il latte per la cioccolata?, ti chiedo.

è pronta, rispondo, e la verso in due tazze e ci metto la panna, e mentre mi siedo per terra sul legno e tra tutti i miei libri in disordine ti immagino fare altrettanto, e sul momento mi invento una storia per farti paura e poi farti sorridere quando capisci che è tutta una finta, che la distanza come il telefono ha un altro capo, è un mostro a due teste che ci divora entrambe, ti dico, ma poi non importa se sono due metri o duemilaseicento chilometri, una volta che non posso metterti i capelli dietro alle orecchie non cambia poi molto. la distanza si cambia e ci lascia immutate, ed è bello, mi dici. è bello.

e dai, sorridi, apri gli occhi come il caffè al mattino, apri le mani come il parquet sul vino, e dai, sospendimi, la danimarca sai che non è reale? solo un punto rosa sulle carte geografiche, e alla fine la distanza è tutto un gioco: io sono proprio dietro la tua porta, con in mano un film che non hai ancora visto e ti guardo e ti dico: è bellissimo, e tu mi fai spazio nelle tue coperte, e mi mostri le vene dei polsi e tutte le tue cicatrici e jude law è bello coi sottotitoli in italiano che gli corrono sul petto e il cucchiaino ti è caduto e quando ti chini per raccoglierlo ti conto con gli occhi tutte le vertebre del tuo cammino.

e la carta vince sul sasso ma noi siamo forbice e tagliamo una gola e poi l’altra al mostro bicefalo, e allora al di là della porta c’è la tua sicilia che esce senza cappotto, e di qua ci sono le mani al riparo dei miei guanti doppi e una bocca che fuma più dei camini, e nove sono i gradi che mancavano all’acqua del lago, ma oggi il conto torna e siamo pari e senza segni, e amleto è ancora morto e ofelia anche, o almeno così si dice in inghilterra. la distanza è solo una porta che si apre verso l’interno, la distanza è solo una stanza così tanto grande da racchiuderci entrambe,

e se seguo con le dita la parete, prima o poi arriverò da te.

(annika & violenta fiducia)

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.