In between dreams
Aspettavo che toccasse a me parlare, mi sentivo tremendamente a disagio. Lui non mi piaceva, era il tipo di persona che dice io io io e che ti versa in testa le domande come dei giudizi universali tascabili, e allora ho raccolto dal tavolo quella specie di punteruolo che assomiglia tantissimo a uno degli arnesi del dentista e l’ho tenuto stretto nel palmo della mano, tutto il tempo. per combattere l’ansia pensavo ad altro — le unghie poco curate di Hugh Grant sulla locandina del film di prossima uscita, chissà che vestito avrà mia sorella il giorno in cui si sposa, il ragazzo con le cuffie viola sopra al berretto grigio che gli assomiglia così tanto, porco giuda, così tanto — e intanto lui parlava come uno che è morto ed è tornato in vita e adesso sa tutto e noi non sappiamo niente, pezzenti, e allora io accarezzavo col pollice quella punta metallica e di colpo mi sono sentita come quando le benzodiazepine si mettono a correrti dentro, e ti zittiscono la testa e ti lasciano finalmente dormire tranquilla.
Sempre tranne adesso. Il sonno e la pace e i sogni di cioccolata, lui manda tutto a monte. La mia tranquillità affilata come un’arma, e il controllo che mi manca per tenere fermo con gli occhi il bersaglio. Ho le spalle coperte dalla sua arroganza, io, io, io: io. Ma tu cosa, vorrei chiedergli, tu cosa cazzo ne sai di me, delle cose di cui ho paura, delle mie ginocchia che tremano per l’impazienza di risponderti. Tu. Tu dovresti essere morto e mai più tornato. E la mano è un coltello con cinque lame e non sapresti distinguere la freddezza di un dito o di questo punteruolo che assomiglia tantissimo a uno degli arnesi di un chirurgo. E non sapresti distinguere il sapore del mio sangue da quello della tua lingua. Perché in fondo credo si somiglino e io dovrei colpirti e poi baciarti per sapere cosa pensi davvero di me. E dovrei aprirti la testa come una noce per sapere cosa pensi davvero di noi.
Ma tu cosa, avrei voluto chiedergli, tu come ti permetti di venire qui a vestire di rosso la voce e a cospargermi il capo con le tue insufficienze quaresimali. Quand’è che, esattamente, hai perso di vista la parte di mondo al di là della tua pelle? e chissà di che colore sarò vestita, il giorno in cui mia sorella si sposa, e chissà se un domani anch’io parlerò per prime persone singolari, io io io e ancora io, se a qualcuno basterà un punteruolo per tenermi all’interno del filo spinato o se riuscirò a capire cosa pensa di me senza aprirgli la scatola cranica come una melagrana matura che sporca le dita di succo dolciastro. Io volevo solo abbracciarlo, lui invece ha fatto un passo indietro e mi ha dato due baci sulle guance e mi ha detto qualcosa che non ho veramente ascoltato, ci vediamo o ci sentiamo o uno degli altri tre sensi comunque declinato a sproposito.
E poi la porta che ti chiudi dietro. Dietro la porta io ho i piedi nudi. E sento l’acqua che mi sale nel corpo e le mie ossa che affogano e i miei polmoni collassano. Trabocca dagli occhi quest’onda lucente mentre fisso lo stipite, e sento la tua voce che va via portandosi dietro questa notte e la tua ossessione singolare. Non hai spazio per me, sono un oggetto posato nella tua testa, sono un oggetto posato nella tua testa che non guardi mai. Mi sembra di sentire il tuo respiro scendere forte le scale. Invece sei qui, con le nocche dure e decise bussi al guscio che mi divide da te. Aprimi, ho dimenticato le chiavi. Aprimi s’inceppa nella testa, il mio corpo annega: è benzodiazepina liquida, mi ricordo cosa vuol dire mia madre e il mare e chiudi gli occhi, non succede niente, aprimi, aprimi, ho dimenticato che sei un oggetto posato nella testa, ho dimenticato di guardarti, le chiavi, mi apri? Ti apro, sì, ti voglio aprire. Le chiavi sul tavolo della cucina, metallo contro metallo, sapevamo già come sarebbe andata a finire questa storia. Sul tavolo della cucina il punteruolo è ghiacciato e pulito e appena vicino alle chiavi.
Ti apro.
Mi sembra di sentire il tuo respiro forte ruzzolare dalle scale. Invece sei qui.
Ti apro.
Una noce.
Sono una cosa ficcata nella tua testa che non si farà mai più dimenticare.
(annika & violenta fiducia)
